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Le Opere Nino Aragno Editore di ultima pubblicazione
O caro pensiero

Renato Minore

O caro pensiero

Licenze poetiche

Non sempre la poesia chiama il pensiero, ma in questo nuovo libro in versi di Minore il vocativo del titolo non lascia margini al dubbio (magari solo in apparenza, se i tratti di troppa evidenza in poesia alludono talvolta al loro contrario): O caro pensiero, dunque. E già ci sarebbe da chiedersi se l’aggettivo non abbia una doppia valenza: il pensiero è «caro» proprio nell’accezione leopardiana (ricordiamo di passaggio che del recanatese Minore è stato partecipe biografo), caro come il colle, come la beltà, la luna, lo sguardo e tante altre cose, soprattutto gli inganni e l’immaginare; ma in un tempo – il nostro, e non da poco tratto – in cui le cose si definiscono per il prezzo, «caro» vorrà dire anche che il pensiero è costoso, nel senso che grava nei moti dell’anima e nei ricettacoli della memoria, diventando perfino un inciampo nello stare al mondo. Se si guarda bene, le due accezioni finiscono col sovrapporsi, così che «caro» riguarda il manifestarsi del pensiero quando connotato dagli affetti. (…) Si affaccia almeno l’ipotesi di un futuro, di un ricordo ancora da avere, ancora da vivere prima che ricordo diventi. Si vive per ricordare la vita e per elaborare il ricordo in pensiero”.Dalla introduzione di Raffaele Manica

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L'ESILIO

Furio Jesi

L'ESILIO

Biblioteca Aragno

Furio Jesi corona il decennio di studi e pubblicazioni nel quale più intensamente riflette sul rapporto fra «letteratura e mito» con un libro di poesie, L’esilio (1970), che è il suo più trascurato e che qui si riscopre, dotato di un ampio commento e di una introduzione che ne propone anzitutto una contestualizzazione storica. Si potrà constatare come in esso Jesi metta in pratica la sua poetica, elaborata in quegli studi. Una poetica militante, in stretto dialogo con lo sperimentalismo degli anni Sessanta, con la neoavanguardia, ma capace di attingere tanto ai classici quanto ai maestri dell’avanguardia di primo Novecento, a una koiné del moderno che risale al romanticismo. Una poetica coltissima, nella quale convergono una profonda erudizione e una pari conoscenza del dibattito culturale e politico contemporaneo. Nella radicalità con cui l’ermeneutica del mito praticata da Jesi si coniuga con la coscienza dolorosa e aporetica di un dio che si sottrae, di un «nulla oltre il nulla», il mito si associa qui alla mistica. L’esilio è un poema nel quale il soggetto è «in armi contro chi dona la morte»; una fantasmagoria di frammenti, citazioni, echi di «luoghi comuni» vi esprime in realtà una rinuncia alle immagini per accedere, per via poetica, a un luogo nel quale «il tempo […] al contemplante con animo religioso si contrae tutto in uno sconfinato presente». Leonello Vincenti

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LEGAZIONE ALLA CORTE DI GIULIO II

Alessandro Nasi

LEGAZIONE ALLA CORTE DI GIULIO II
13 novembre 1505 - 19 giugno 1506

Biblioteca Aragno

Dopo una strepitosa ascesa al soglio pontificio, nell’autunno del 1503, Giulio II condusse una politica estremamente guardinga che meravigliò gli osservatori: sembrava aver accantonato quei «piani vasti e smisurati» di cui parla Francesco Guicciardini e che erano all’origine della sua sulfurea reputazione da cardinale. In realtà nel primo biennio di pontificato Giulio II si consacrò con pazienza e sagacia ad accumulare risorse finanziarie e a tessere una rete di alleanze che gli consentisse la realizzazione del suo programma: la sottomissione dei riottosi tiranni del centro Italia e la riconquista dei territori pontifici occupati da Venezia. Giunto a Roma nell’autunno del 1505, l’ambasciatore fiorentino Alessandro Nasi registra con acutezza l’improvvisa accelerazione che proprio in quelle settimane il papa dà ai suoi propositi, sfruttando a proprio vantaggio la fluidità e le incertezze della situazione internazionale, con un re di Francia forse malato a morte ma intento a perseguire la sua politica italiana; un re di Spagna da poco vedovo e alla ricerca di nuovi equilibri che gli garantissero comunque il controllo della Castiglia; un grande generale spagnolo vittorioso nel Regno di Napoli e sul punto, forse, di farsene signore; un imperatore sempre oscillante tra il sogno italiano e il fronte orientale; e tutti gli italiani intesi a scrutare l’orizzonte nella speranza di conservare la propria indipendenza, magari a scapito del vicino. Nelle corrispondenze inedite del Nasi, pur tanto ricche e varie, uno dei principali motivi di interesse è proprio l’emergere di quel profilo caratteriale di Giulio II, imprevedibile e orgoglioso, collerico ed egocentrico, impetuoso e tenace, che, prima di ricevere conferma dalla posteriore storiografia, sarà di lì a poco al centro della straordinaria meditazione di Niccolò Machiavelli, per ilquale il vecchio pontefice incarna una figura felice del rapporto tra politica e fortuna. Lui, vecchio, con quella sua «natura» di cui le lettere del Nasi offrono le prime testimonianze e analisi, sarà il simbolo dell’impeto e dell’audacia giovanili da cui la muliebre fortuna si lascia talvolta domare e vincere.

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INTERVENGONO I PERSONAGGI (COL PERMESSO DEGLI AUTORI)

Rosario Assunto

INTERVENGONO I PERSONAGGI (COL PERMESSO DEGLI AUTORI)

Biblioteca Aragno

Nei movimenti giovanili che vanno sotto il nome di Sessantotto, nelle prese di posizione intellettuali che quei movimenti anticiparono e accompagnarono, così come nei mutamenti concreti che allora vennero a prodursi nei costumi e nei gusti, Assunto colse qualcosa di estremamente serio, che andava ben al di là delle manifestazioni talvolta velleitarie e anche carnevalesche in cui poterono trovare espressione certe proteste giovanili: vi riconobbe in effetti il pieno attuarsi di una tendenza che era intrinseca alla civiltà contemporanea e che si stava mostrando in grado di minare nel profondo il sistema dei valori e le realizzazioni culturali a cui aveva dato la propria adesione. […] Il fatto era che con acume e rapidità Assunto aveva colto quel che la cultura del Sessantotto portava con sé; ossia, quel che la sua sensibilità e la sua specifica preparazione lo portavano a cogliervi: la fine della bellezza, nel paesaggio naturale e in quello umano, nella natura e nelle città. La distruzione dei paesaggi, l’abbandono e l’incuria in cui versava il patrimonio artistico nazionale, la metamorfosi che investiva i tessuti urbani, un più generale mutamento dei costumi che gli sembrò orientato verso il peggio e la volgarità – tutto ciò produsse in lui una tale rivolta etica e intellettuale che lo condusse a interrogarsi sulle ragioni ideali che presiedevano ai cambiamenti cui assisteva quotidianamente (poiché di questo sempre rimase convinto: che un’azione sbagliata avesse alle spalle un’idea sbagliata, ossia un pensiero che non era veramente tale).  Dalla postfazione di Emanuele Cutinelli-Rendina

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SPÒREVE

Francesco Granatiero

SPÒREVE

Castalia

Spòreve, dice il poeta. Potatura. Ma Granatiero è potatore da sempre. Potatore per esperienza d’esercizio proprio, e potatore per pratica d’esercizio poetico. Come l’intrecciare canestri è stato il principio della sua terza rima, così il potare gli ulivi, che qui compaiono, con tutta evidenza in apposita sezione, continua a essere il principio fondamentale della sua poetica, del suo intendimento di poesia. Granatiero è poeta che persuade se si muove entro i suoi statuti abituali, entro le sue gabbie, entro i suoi panieri. Già non è mai stato effuso, non ha mai abusato della sua parola, che – tutt’al contrario – ha sempre voluto esatta, precisa, commisurata. E meno che mai lo è oggi. Sempre ha prevalso e prevale la ragione precipua del suo scavo dentro un mondo di parole recuperate con pazienza certosina, spigolate dalla memoria e dalla voce dei suoi testimoni antichi, addirittura arcaici, e composte in un vocabolario sorprendentemente ricco, ma soprattutto esatto: una parola per ogni cosa, una parola per ogni frammento di cosa; non sinonimi, ma unicità, corrispondenza di cosa-parola. La poesia più alta – sempre nella domestica dimensione di quotidiani stimoli – sta laddove il poeta rivela tutta la sua capacità di imprimere alle cose la loro piega – magari amara e persino funebre – non tradendone la metaforica allusività, capace di collegamenti remoti che sprigionano scintille vitali in attriti e voli di fantasia. L’esempio massimo in componimenti come Chepe de prete, quella testa di pietra che sollecita domande. Che cosa venuta a cercare? Che cosa a dire “da u sprefunne/lu tímbe”? (e l’enjambement va notato). Che cosa può mai pensare una testa di pietra? Che cosa ripetere agli astri? Quale dialogo intrecciare? Se non la magnifica, abissale, vertiginosa, contemplazione degli spazi tra terrestri e siderali? Gli spazi in cui viviamo.

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