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Le Opere Nino Aragno Editore di ultima pubblicazione
POEMA FATIDICO DELL'IGNORANZA E DELLA MORTE

Gian Piero Bona

POEMA FATIDICO DELL'IGNORANZA E DELLA MORTE

Licenze poetiche

Una grande ombra sembra incombere e per contrasto illuminare il poema, quella del De rerum natura di Lucrezio, col suo atomismo di radice epicurea. La metamorfosi, la mutazione perenne, il dissolversi e il ricomporsi delle forme, la molteplicità sono per Bona il vero fondamento della realtà, che solo il poeta può cogliere. Prima che un’estetica o una poetica, questo è il postulato che sfugge alle argomentazioni dei logici. In questo poema la meditazione, la ragione, non portano per procedimento induttivo a conclusioni logiche. In esso non è un procedimento, ma un presentimento. L’incontro con la morte è descritto come un sogno. Sarà dunque il Leopardi degli idilli, e dell’infinita vanità del tutto, dell’Appressamento della morte, il più prossimo antecedente di questi canti. Davanti alla morte chiederà il tuo spirito / un soccorso come fa il rosignolo / che gorgheggia nel silenzio dell’estate / e non sa chi gli ha dettato le sue note / … La morte complice, la morte ladra, apparirà alla fine pietosa al chiaro di luna. Spetterà infine all’artista, a lui solo, testimoniare il senso della vita e della morte, di fronte all’ignoranza e alle tempeste che avvolgono il tutto, perché l’artista è l’unico che legge / ad alta voce il libro della vita, / la sola mano che distende al bacio / dell’aurora le rughe della guancia del mondo. Marco Graffigna  

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VADEMECUM DANTESCO

Davide Canfora

VADEMECUM DANTESCO

Biblioteca Aragno

Sette letture dantesche, dal secondo cerchio dell’Inferno all’ultimo canto del Paradiso. Un itinerario all’interno della Commedia, volto a lumeggiare il sentimento di pietà che attraversa l’intero poema, lo sforzo di comprendere l’agire umano e di trovare lo spazio della ragione nella realtà mondana, l’ossequio dell’uomo nei confronti del divino. Leggere un classico non vuol dire renderlo ‘attuale’, attribuendo significati arbitrari alle parole del passato. Significa, piuttosto, cercare le costanti del pensiero e le radici del presente nella tensione culturale, nelle scelte e nella lingua di chi è vissuto prima di noi.

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COMMENTARIUM IN EPISTOLAS PAULI

Marsilio Ficino

COMMENTARIUM IN EPISTOLAS PAULI
a cura di Daniele Conti

Ficinus Novus

Dopo una vita intera dedicata alla restaurazione della filosofia platonica, nel 1497 Marsilio Ficino, attraverso i torchi di Aldo Manuzio, faceva conoscere all’Occidente in traduzione latina quei testi di Porfirio, Giamblico, Proclo e Sinesio, con i quali aveva costruito, insieme con l’Asclepius e altri scritti della tradizione ermetica, le fondamenta teoriche del De vita coelitus comparanda. Nel medesimo anno, nella Firenze sconvolta dalla vicenda savonaroliana cominciò a stendere un commento alle Lettere di Paolo, che lasciò interrotto al V capitolo dell’Epistola ai Romani. Proporre per la prima volta l’edizione critica di quest’opera, studiarne le fonti e il metodo esegetico permette di portare alla luce l’ardito tentativo da parte di Ficino di coniugare spiritualità di impronta neoplatonico-ermetica con uno dei testi fondativi della teologia cristiana. Nello stesso tempo consente di rivelare un tassello sconosciuto della storia della filologia neotestamentaria quattrocentesca, e di restituire a Ficino un ruolo non marginale in quel processo di rinnovamento dello  studio del testo della Scrittura che tra Quattro e Cinquecento trovò in Lorenzo Valla e Erasmo da Rotterdam i suoi massimi esponenti.

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IL LIBRO DELLE COSE

Fabio Donalisio

IL LIBRO DELLE COSE

i domani

All’apparire sui radar di Fabio Donalisio – un paio di «Quaderni italiani» fa – era parso d’obbligo riferirsi al «risus purus» di Beckett: quello che ride, spietato, «di tutto ciò che è infelice». Si partiva con una riscrittura di A se stesso in cui rintoccavano, argentine campanelle funebri, lo slogan di Qohèlet e lo stigma che l’Irlandese, all’esordio, prelevava appunto da Leopardi: e fango è il mondo. Sbucato dal fondo della Provincia Granda Donalisio distillava, già allora, atrabile sopraffina. Ma ora dispiega a tutta forza il suo spettacolare cattivo umore. Se il suo resta uno «sweet no style», come lo chiamava appunto Beckett («dolce stil niente», potremmo azzardare), ora si articola nei modi quasi d’un trattato, o bimembre project album piuttosto (evocata è L’arte della guerra di Sun Tzu): davvero una parola che «progredisce nella negazione»...

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IL CULTO DEI MORTI NELL'ITALIA CONTEMPORANEA

Giulio Mozzi

IL CULTO DEI MORTI NELL'ITALIA CONTEMPORANEA

i domani

Di ritorno dagli Stati Uniti, nel 1961, Goffredo Parise propose a Dino De Laurentiis di fare un film su un cimitero, a Los Angeles, in cui ci si poteva intrattenere, a pagamento s’intende, colle mummie dei propri defunti. Era rimasto colpito dal romanzo di Evelyn Waugh Il caro estinto (dal quale in effetti Tony Richardson avrebbe poi tratto un film di successo): vitriolica satira della sfera del business capace di espandersi «in ogni cosa e in ogni luogo». Il produttore, superstiziosissimo, non ne fece nulla ma c’era già, in nuce, il romanzo “pop” di Parise, Il padrone. E forse non si sbaglia a indicare un air de famille, con quel sarcasmo noir nordestino, di questa ardimentosa, et pour cause a suo tempo pochissimo apprezzata, satyra lanx di Giulio Mozzi. La quale, col convocare in forma appunto ironica i caposaldi del “caro estinto” in versi – gli opposti Sepolcri foscoliani e Coro di morti leopardiano – nonché ritmicamente (come segnalato da Giovanna Frene) la terza corona del Manzoni poeta, sconciava pure i monumenti della tradizione. 

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