Pier Paolo Vergerio
DEI NOBILI COSTUMI E DEGLI STUDI LIBERALI DELLA GIOVENTÙ
Il De ingenuis moribus (1402) è un’epistola indirizzata dall’umanista istriano Pier Paolo Vergerio al giovane Ubertino da Carrara, rampollo dell’importante famiglia padovana. L’educazione del buon principe fu uno dei temi più cari agli umanisti italiani, come testimonia già Petrarca nella fortunata lettera familiare indirizzata all’Acciaiuoli in lode di Roberto I d’Angiò. L’institutio del signore – come ribadirà un secolo più tardi Erasmo da Rotterdam – non poteva se non fondarsi sugli studi liberali e sulle lettere antiche, recentemente rinnovate e ‘riscoperte’. Vergerio non delinea un programma rigido, non propone canoni, né dogmi. Al contrario, l’epistola-trattato con cui l’autore si rivolge al giovanissimo Ubertino è un elogio della flessibilità: della plasticità della mente dei bambini, della sinuosità con cui si possono tracciare percorsi di studio, crescita e formazione. Vergerio configura una feconda convergenza delle diverse discipline che – insieme – formano quello che Garin definì l’uomo integrale del primo Umanesimo.
- 978-88-9380-352-6
- 2025
- €28.00
Pier Paolo Vergerio nacque a Capodistria nel 1370. Visse dapprima tra Padova, Firenze e Bologna. Studiò Medicina e Diritto e fu tra i non molti umanisti della sua generazione a conoscere il greco antico, grazie al magistero di Manuele Crisolora. Frequentò la corte dei da Carrara già dagli anni Novanta del XIV secolo: nell’anno 1400 gli fu affidato l’incarico di istitutore del giovane figlio del principe Francesco Novello, il decenne Ubertino, destinatario del De ingenuis moribus.
Serena Schiavone svolge ricerche di italianistica, con particolare interesse per la letteratura dantesca e per l’Umanesimo, presso l’Università di Bari. La sua edizione del De ingenuis moribus et liberalibus studiis adulescentiae di Vergerio si fonda su una accurata revisione della tradizione manoscritta, messa a confronto con le edizioni moderne. Sta preparando uno studio sull’epicureismo medioevale e gli interessi filosofici di Guido Cavalcanti, alla luce del “dissidio” tra Guido e l’amico Dante.

