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Le Opere Nino Aragno Editore di ultima pubblicazione
FUOCO DEGLI OCCHI

Marilena Renda

FUOCO DEGLI OCCHI

i domani

Marilena Renda apre con una bella idea: seguire le tracce di alcune apparizioni di grandi artisti e pensatori in Sicilia, terra posta al confine tra vero e falso, tra natura e cultura, cioè tra corpo e acqua e tra oggetto e ombra dell’oggetto, dunque tra vivi e morti, in un’atmosfera eliotiana di tempo circolare, sempre tornante, senza inizio né fine. Il tempo è forse quello dell’infanzia e l’infanzia è la veduta di un’isola lontana, abbracciata da fuori con lo sguardo, isola nella quale ogni volta si torna a prendere fiato e, insieme, l’amaro della memoria. Isola-magnete e fuoco centrale della poesia di Renda, caproniana res amissa della biografia che zampilla parole: quando l’infanzia coincide col luogo geografico, la nostalgia e la sua eco narrativa sono doppie, spaziotemporali, sono «una conversazione antica» come quella col Cretto, perché «il dimenticato viene da ogni direzione» e non c’è scampo alla memoria – o a quella che crediamo sia la nostra memoria, che spesso trasfigura invece in invenzione, fata morgana o favola nera. Attraversando la terra prodiga e crudele delle madri, si raggiunge una zona di confine, bianca e sfumata di profezie e visioni e, ancora una volta, di metamorfosi: le mutazioni descritte dalle favole sono ora concrete e tridimensionali, cose vive che davvero si aggirano nelle zone radioattive del mondo, specie estinte che tornano a camminare. Tutto il libro di Renda sembra il ritorno dopo più di un’estinzione, come capita ai vivi. Fuoco degli occhi è resoconto, inventario di quello che regge quando un pezzo di strada è stato fatto, dopo che un terremoto è stato subito e gli occhi hanno visto, del mondo, tradimenti e pericoli, guadagnando una malinconia pacata, adulta, che lascia spazio alla vita, propria e altrui, che si osserva crescere «indisturbata»: vita così vicina e così lontana, se noi siamo capaci di lasciare «la presa sulle creature» e fare che la vita torni alla vita, al proprio micidiale, al proprio formidabile nutrimento. Maria Grazia Calandrone

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ELEGIA SANREMESE

Tommaso Ottonieri

ELEGIA SANREMESE

i domani

Al tramonto d’un secolo breve quanto sterminato, Elegia Sanremese brillò come una Supernova. In apparenza spenta, da allora continua a emettere invece segrete radioattività fossili. Ne era autore il più erudito il più splenetico il più esoterico dei poeti, quello che un destino iperletterario, e hilarotragicamente epigrafico, se l’è scritto nel nome: Tommaso Ottonieri. Concept album se ce n’è uno, Elegia Sanremese – col parodiare inVersa le sublimi Duinesi di Rilke, che il Novecento iscrivevano nell’Autentico da cercare nella Povertà – il tempo di dopo la fine, morto di fame di smodata Ricchezza, spettrografava come Regno del Posticcio: indovinandone la più compiuta, la più autentica espressione nella canzonetta sanremese. Cos’è infatti la Canzone, che usurpa il nome dai più siderali costrutti Provenzali e post-tali banalizzandone dispositivi metrici e sempiterne ossessioni, se non appunto una contraffazione della poesia? Con crudeltà millimetrica l’Ottonieri ritorceva la parodia sui musicarelli, all’impazzata remixandoli coi lacerti più squisiti di quel Canone Estinto che vi era per tempo colliquato (i «24mila baci», delle memorie d’Adriano, nient’altro che un Catullo for dummies). Così che l’«aria di vetro» di Montale può stare a pigione nella «casetta piccolina in Canadà»: in un labirinto di copie, e copie di cover, che – vent’anni dopo e più – ancora e sempre è il nostro. Ma con terrore d’ubriaco il dj metafisico di questo Juke Box all’Idrogeno, nonché stigmatizzare quel repertorio «trash’endente», da quell’ipnotica melma sonora si scopre medusato. Spedito in uno Shining rivierasco a fare il kulturkritik da un accigliato giornale di sinistra, e ridotto ormai a «bulbo videodromico», l’Ottonieri vagheggia il corpo ultrafanico della modella cèca sul palco dell’Ariston. E in un altro suo lp, L’album crèmisi, lamenta «come tutto ciò che è solido nell’Aperto si sfarina!» (contaminando Marx, già, con l’Ottava Elegia) – per concludere, però: «Tanto profondamente amiamo quello che ci colonizza». Mentre qui scandisce che «il solo amore vero / è quello che si perde». Perché – la verità fa male, lo so – quello che si perde è quello che ci perde. Andrea Cortellessa

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ATLANTE DI CHI NON PARLA

Maddalena Lotter

ATLANTE DI CHI NON PARLA

i domani

Come molti libri di poesia italiana recente – ad esempio Dimora naturale (Einaudi)  di Andrea Bajani, che fa eco misteriosa nel titolo alla silloge Questioni naturali con cui Maddalena Lotter si è presentata all’attenzione dei lettori nel XIV Quaderno di poesia italiana contemporanea (Marcos y Marcos) – anche questo Atlante di chi non parla ci si presenta racchiuso, già a partire dai versi di quella che chiamiamo la “stele nera” di copertina, nella conchiglia di un concept album, nella variante, variazione e reiterazione di un tema, concettuale appunto e musicale. Nucleo radiante che consiste qui nell’ossessione di dare voce «a chi non ha avuto voce sulle scelte che hanno condotto il nostro pianeta a diventare quello che è» e a chi se anche l’ha avuta non l’ha più: i nostri morti, umani e animali, ma anche i grandi mammiferi e cetacei estinti, che con la loro fine hanno fatto spazio ad altro – a noi – migrando in un non-essere di eco e di tracce. Fine e inizio del resto coincidono, come nei fotogrammi di un tramonto riavvolti al contrario per diventare l’alba, nel poemetto Il testimone, in cui si toccano cosmogonia esiodea e calviniana cosmicomica: mentre, assecondando il movimento ampio della nuova poesia/pensiero che in Italia come altrove si pensa nello spazio e nel tempo – che sia catastrofe, diorama o paesaggio – di un tempo umano costretto a fare i conti col presto-non-poter-essere-più-tale, il soggetto poetico scivola via dall’antropocentrismo, si mostra non al centro ma accanto. Il senza del non agire e della rinuncia, filo che tiene il tutto, «una rinuncia non solo necessaria, ma specialmente operosa, creativa», à la Simone Weil, diventa ora – troppo tardi? – non più un contro ma un con. Laura Pugno

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QUELLA COSA PRIVA DI NOME - LA QUADRATURA DEL CERCHIO

Wilhelm Richard Wagner, Federico Capitoni

QUELLA COSA PRIVA DI NOME - LA QUADRATURA DEL CERCHIO

Pietre d'angolo

Parafrasando una battuta di Victor Hugo sul Rinascimento, disse una volta Claude Debussy che la rivoluzione di Wagner, che si voleva un’alba, era invece un tramonto. Di ogni confine si possono esaltare tanto le costanti che le varianti; ma non c’è dubbio che Wagner abbia salato il sangue a più generazioni di novatori, da Baudelaire a Nietzsche (il quale farà in tempo a cambiare idea; ma anche Debussy era un «bidello del Walhalla» pentito) sino a d’Annunzio, Campana e Joyce. Per un media philosopher come Friedrich Kittler, senza il Gesamtkunstwerk non sarebbero concepibili neppure il progressive rock o la disco. Ma tutta la multimedialità di oggi, in fondo, viene dritta da Bayreuth. I suoi grandi testi teorici sono affetti dalla stessa ipertrofia delle opere di Wagner: momenti splendidi, e interminabili quarti d’ora (per dirla con un altro collega malevolo). Così Federico Capitoni, che tra i saggisti dell’ultima generazione è quello dalla più spiccata vocazione interdisciplinare (illuminando, di questo pensiero, quello che «è vivo» e quello che «è morto»; non senza indicare quanto di ancora-wagneriano alligni nella sperimentazione di oggi), ha pensato bene di “pescare” dagli scritti più agili e d’occasione. Faville del maglio che si rivelano piccoli gioielli. Una volta per esempio, in alternativa alla formula più vulgata (e volgare) di «arte dell’avvenire», Wagner definisce la sua opera «quella cosa priva di nome». Un po’ come «il sogno di una cosa» di cui parlava il giovane Marx.

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FALDONE ZERO-CINQUANTANOVE, NOVANTOTTO, NOVANTANOVE

Vincenzo Ostuni

FALDONE ZERO-CINQUANTANOVE, NOVANTOTTO, NOVANTANOVE

i domani

Non ha inizio né fine, il Faldone di Vincenzo Ostuni. Il suo «principio di infinitudine», come l’Aion degli antichi, è un processo e non un dato, un’attitudine e non un conseguimento. Eppure un mitobiografico incipit lo prevede: il componimento del cinquenne che, antivedendola, commenta tutta la sua opera a venire («dio ci ha creati», con quel che segue). A sorpresa, ora, un non meno virtuale scioglimento: introdotto da notarili Disposizioni contraddittorie e incomplete per la composizione del Faldone in caso di nostro improvviso decesso o incapacità di impartirle altrimenti. Non è un mistero che, fra i suoi maestri, Ostuni si sia rifatto in primis al Sanguineti di Scribilli, Scartabelli e Corollari tutti virtualmente provenienti, però, da un infantile quadernone TUTTO. L’envoi del Faldone ricorda allora il Novissimum Testamentum che negli anni Ottanta riepilogava un’apocalittica delusione storica e personale. Ma è diverso questo Testamento Postremo, e post-Novecentesco, che dà in un vuoto, anzi uno zero. Annichilente era il lascito di ES: «vi lascio cinque parole, e addio: \ non ho creduto in niente:». Ma lo zero non è il niente. In termini matematici è uno strumento polivalente; un punto da cui, almeno per ipotesi, ricominciare: fuori, magari, dalle mura di parentesi e virgolette che, allegoriche, incorniciano ogni discorso di Ostuni. E infatti questa “emersione” cartacea è insieme la più “politica” (contro «questo zombi boreale, capitale» teorizzando una «violenza di terzo segno») ma anche la più metalinguistica o meta-meta-linguistica (si veda la virtuosistica ottava poesia del Faldone undici). Insomma «il mondo andò in pezzi, ma tutti i pezzi sopravvissero separati». Sul terreno restano «frammenti di risulta da associare, vedi, questa mercataglia di brevi componimenti»; ma con «questi corollari vestiti da teoremi», come il Barone di Münchhausen tanto di Sanguineti che di Zanzotto, è forse possibile puntellare le nostre rovine. Sino magari a intravedere la coda di «una cometa-sistema / ultraluminale»: che, nei suoi «passaggi fra gli universi», miracolosamente li «ricucia forando»: «li strizzi tutti assieme \ esplodendo». Andrea Cortellessa

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